Registrazioni fonografiche eseguite a insaputa di controparte: la giurisprudenza ne conferma l’ammissibilità

Registrazioni fonografiche eseguite a insaputa di controparte: la giurisprudenza ne conferma l’ammissibilità

Con l’ordinanza n. 5259/2017, la Cassazione Civile ribadisce che la registrazione di una conversazione può costituire fonte di prova, ex art. 2712 del Codice civile, se colui contro il quale la registrazione è prodotta non contesti che la conversazione sia realmente avvenuta, né che abbia avuto il tenore risultante dal nastro, e sempre che almeno uno dei soggetti, tra cui la conversazione si è svolta, sia parte in causa. A sua volta, la Cassazione Penale afferma la liceità di una registrazione “clandestina”, purché effettuata da soggetto presente alla conversazione, che può dunque esibirla come prova, essendo peraltro esclusa la lesione della privacy in quanto l’esibizione avviene per esigenze difensive (Sez. Unite, 28/05/2003 n. 36747; Sez. III, Sent. 13/05/2011 n. 18908 e Sez. II, Sent. 20/03/2015 n. 19158).
I suddetti principi si attagliano al processo tributario in virtù degli artt. 1, comma 2, e 7 del D. Lgs. n. 546/1992, i quali consentono l’applicazione delle norme sulle prove civili, anche se contenute in testi diversi dal codice di procedura civile, purché compatibili con il rito tributario e per questo non espressamente regolate. Del resto, la giurisprudenza maggioritaria conferma che il citato art. 2712 è applicabile al processo tributario (ex multis, Cass. Civ., Sez. V, 22/05/2003 n. 8108) e ciò non contraddice il divieto di prova testimoniale disposto all’art. 7, co. 4, del medesimo decreto legislativo.
Un tema così particolare potrebbe sembrare privo di utilità anche se, considerando il diffuso utilizzo delle tecnologie, esso ha una indubbia valenza pratica. Eppure, viene comunque da domandarsi che interesse possa mai rivestire una registrazione fonografica nel processo tributario, caratterizzato da una natura prettamente documentale. A volte, però, la casistica concreta supera la nostra immaginazione, come recitava già quattro secoli fa la celeberrima opera shakespeariana, nella quale il protagonista si rivolge così all’amico: “Ci sono più cose in Cielo e in Terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia.”
In effetti, il caso verificatosi e sottoposto alla nostra attenzione è alquanto singolare. Una coppia di anziani, con a disposizione una certa somma di denaro costituita con i risparmi di una vita, veniva raggirata da un promotore finanziario senza scrupoli. Quest’ultimo, infatti, si faceva consegnare numerosi assegni privi d’intestazione al dichiarato fine di impiegarli in fruttuosi investimenti. In realtà, i soldi venivano fatti sparire (essi venivano probabilmente spesi dal truffatore per pagare alcuni debiti personali). Messo alle strette dai familiari delle vittime, il promotore ammetteva, nel corso di un colloquio, di non aver investito il denaro ricevuto (350.000,00 euro). Nell’occasione, le parti raggiungevano una transazione, in virtù della quale egli si impegnava a versare agli anziani truffati la somma di € 400.000,00, di cui € 350.000,00 a titolo restitutorio ed € 50.000,00 a titolo risarcitorio, ciò all’evidente fine di evitare le vie giudiziarie. Il colloquio, da cui si evinceva la natura transattiva dell’accordo e i suoi esatti contenuti, veniva registrato a insaputa del promotore. L’accordo veniva anche formalizzato in una scrittura privata che, però, non ne esplicitava la natura transattiva e la sua esatta portata. Successivamente il promotore rimaneva inadempiente, per cui veniva ottenuto a suo carico un decreto ingiuntivo. Quest’ultimo enunciava, a proprio fondamento, la scrittura privata di cui sopra. Tale scrittura veniva qualificata dall’Agenzia delle entrate come ricognizione di debito per l’intera somma di € 400.000,00 e conseguentemente assoggettata a imposta di registro dell’1% (in applicazione dell’orientamento più bilanciato tra interesse erariale e privato). Alla fine, dunque, l’imposta di registro, sull’atto enunciato, veniva liquidata in € 4.000,00 (oltre alle sanzioni per omessa registrazione di € 4.800,00).
I contribuenti presentavano reclamo/ricorso, allegando la registrazione fonografica da cui emergeva la natura transattiva e l’esatta portata dell’accordo, e chiedevano l’applicazione dell’art. 29 del d.P.R. n. 131/1986. Tale norma, infatti, porta ad escludere dalla base imponibile la somma di € 350.000,00 dovuta a mero titolo restitutorio. In altre parole, il tributo andava applicato, nella misura del 3%, al solo importo di € 50.000,00 dovuto a titolo risarcitorio (con una notevole riduzione dell’imposta e delle relative sanzioni). L’Agenzia delle entrate respingeva il reclamo, eccependo l’inammissibilità della registrazione fonografica quale prova dell’effettivo contenuto dell’accordo enunciato. I contribuenti, estenuati dall’intera vicenda, desistevano dalla costituzione in giudizio.
Eppure, il rigetto del reclamo era infondato, come emerge dalla giurisprudenza sopraccitata: la registrazione fonografica, benché avvenuta a insaputa del promotore finanziario, era legittima e producibile in giudizio. Essa, poi, appalesava la natura transattiva dell’operazione enunciata, chiarendo che una parte della somma di € 400.000,00 era dovuta a mero titolo restitutorio e andava pertanto esclusa dalla base imponibile. Infine, la fattispecie si attagliava perfettamente anche alla giurisprudenza sull’art. 20 del “Tur” (tanto “cara” all’Agenzia delle entrate), la quale ritiene che l’imposta di registro vada applicata tenendo conto della “causa reale” del negozio e degli interessi “effettivamente” perseguiti dai contraenti, valutando anche elementi di fatto extratestuali diversi da quelli emergenti dal documento negoziale (ex pluribus, Cass. Civ., Sez. V, 19/03/2014 n. 6405 e Cass. Civ., Sez. V, 04/02/2015 n. 1955). Del resto, con riferimento alla differenza tra ricognizione di debito e transazione, la giurisprudenza tributaria ha precisato che “in tema d’imposta di registro, ai fini dell’individuazione dell’aliquota applicabile, in virtù dei criteri interpretativi di cui all’art. 20 del d.P.R. n. 131/1986 è configurabile una transazione e non una ricognizione di debito quando risulti una situazione di oggettiva incompatibilità tra il rapporto preesistente e quello originato nell’accordo (…)” (Cass. Civ., Sez. VI – 5, Ordinanza 08/06/2016 n. 11692). Nel nostro caso, l’incompatibilità era palese: il rapporto preesistente, infatti, aveva ad oggetto la consegna di denaro a fini d’investimento finanziario; l’accordo successivo, invece, prevedeva il versamento ai soggetti truffati, da parte del promotore, di una somma comprensiva della restituzione del quantum ricevuto in origine e del risarcimento del danno loro cagionato.

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