Conferimento di azienda e cessione quote

Conferimento di azienda e cessione quote

15 marzo 2017 – Cass. n. 3562/2017

Conferimento di azienda e successiva cessione di quote: “never ending story”

Sarà stata l’efficacia dell’autorevole difesa, sarà stata la perspicacia dei giudici, o saranno state entrambe, ma la pregevolissima sentenza n. 2054 del 27 gennaio 2017 – in materia di imposta di registro – sembra essere destinata a rimanere un exploit (dovuto, appunto, ad una somma di concause positive) più che un primo passo di avvicinamento ad una soluzione di civiltà giuridica.

A distanza di un paio di settimane (10 febbraio 2017) dal sopra qualificato precedente, infatti, la sentenza n. 3562/2017 (Presidente e relatore M. Cicala) – per vie estremamente brevi – ha deciso a favore di una piena legittimità dell’Agenzia delle entrate nel (ri)qualificare un insieme di atti (segnatamente: conferimento di azienda e cessione di quote) quale unico negozio giuridico assoggettabile ad imposta di registro proporzionale in relazione ad un asserito (sostanziale) trasferimento di azienda. Ciò, tra l’altro, affrontando – e superando del tutto apoditticamente – anche l’ostacolo della presenza nel nostro ordinamento di una norma (art. 176, co. 3, del d.P.R. n. 917/1986 – “TUIR”) che, sebbene per una imposta diversa, ne sancisca espressamente la legittimità. Purtroppo, con la sentenza n. 6758 del 15 marzo 2017, è stata data continuità alla seconda.

Non è questa la sede per ripercorrere tutte le critiche che unanime dottrina ha rivolto ad un approccio impositivo secondo una logica di “sostanza economica” rispetto a quello di misurare gli “effetti giuridici” dell’atto (e solo quello, salvi eventuali collegamenti negoziali riferiti nell’atto stesso) portato a registrazione, sede nella quale, invece, preme evidenziare come in questa relativamente più recente sentenza le motivazioni diventino del tutto “liquide”, nel senso di bypassare qualunque ostacolo motivazionale di segno contrario mediante una sorta di autocompiacimento e palese rivendicazione di esercizio del proprio potere.

Se con la sentenza n. 2054 il supremo consesso era giunto ad affermare che l’art. 20 del testo unico dell’imposta di registro non può consentire di “travalicare lo schema negoziale tipico nel quale l’atto risulta inquadrabile” e, quale conseguenza, di proporre “l’artificiosa costruzione di una fattispecie imponibile diversa da quella voluta e comportante differenti effetti giuridici”, diversamente, con la n. 3562, si torna all’orientamento – in verità e purtroppo – consolidato ed in base al quale occorre apprezzare la “causa reale” ai fini dell’applicazione dell’imposta. Quasi superfluo affermare che il rinnovato approdo esorbita completamente dalla qualificazione dell’imposta di registro come “imposta d’atto” e come imposta che grava sugli effetti giuridici – qualificanti il presupposto impositivo – del medesimo; diviene, molto sinteticamente, un benestare al libero arbitrio degli uffici al fine di contestare qualunque operazione economico-giuridica che si dipani in una sequenza di atti giuridici.

La questione, apparentemente relegata agli appassionati della materia, ha un impatto operativo/pratico dirompente. Infatti, qualunque operazione straordinaria che preveda – per la sua realizzazione – almeno due atti da portare a registrazione rischia di essere (ri)qualificata in altra ritenuta economicamente equivalente (cessione d’azienda), comportando un grave danno alla libera circolazione dei capitali (intesa in tutte le sue possibili manifestazioni giuridiche); in questa sede tacendo sulla decisione (Cass. n. 24594/2015), ancora più grave, a favore della (ri)qualificazione di una cessione totalitaria di quote sociali (ancora) in cessione di azienda.

 

 

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